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Mag 06

Vagabondo

Sono alcune settimane, che rimetto occasionalmente la canzone tradizionale interpretata da Johnny Cash, Wayfaring Stranger. Ho ripensato alla figura del vagabondo viaggiatore, di cui troviamo tracce nel cinema, nella musica e nella letteratura. Una persona che sembra affascinare, che da allo stesso tempo un senso di invidia, di compassione e per altri, conseguenza forse della prima, odio e timore. Paura che un vagabondo, paura contaminata dagli ormai radicati pensieri sugli zingari (non sto parlando di loro, né bene, né male quindi chiudiamo qui), entri in casa nostra a rubare, o nel bar per scroccare un pranzo e due soldi.

Ve lo ricordate?

Certo che il non avere un sicurezza di un tetto, di un lavoro, di due soldi in tasca, può fare paura. Siamo giustamente cresciuti in una società in cui i beni primari finora non sono mancati. Nonostante tutto un minimo di appoggio da qualcuno vicino lo abbiamo sempre trovato, fosse un famigliare o un amico. Pensare di mollare tutto per mettersi in viaggio, lavorando dove capita e vivendo alla stessa maniere, non è da tutti, quasi da nessuno direi. Dobbiamo focalizzare un attimo questa figura, discernendola dal senza tetto o appunto dal nomade classico, ma appoggiandoci più su quella delle canzoni appunto o della letteratura. Anche nei film i vagabondi hanno a volte un’aura di fascino, in cui contrastano i sentimenti di cui ho parlato prima. E perché mai dovremmo avere inconsciamente un moto di invidia per un vagabondo? Li invidiamo perché non hanno una sveglia, un orologio, un mucchio di conti da pagare sul tavolo, le occasioni obbligatorie, il pensiero di un lavoro che li mantenga, una rottura di un tubo dell’acqua. Non possono sentire la mancanza di quello che hanno, e parlo a livello teorico, per cui sono quasi totalmente liberi rispetto a noi.

Testo e accordi

Con questo non voglio dire che farei il vagabondo, anzi, però non nego che effettivamente si godono un aspetto della vita che a noi è precluso, allo stesso tempo perdendosi altre cose.
Se poi siamo un po’ aggiornati sugli studi dell’evoluzione umana, sapremo che negli ultimi anni, è stata rilasciata una dichiarazione che mi ha fatto riflettere e non poco. Esaminando due ceppi dello stesso periodo, nomadi/cacciatori e stanziali/coltivatori, sono arrivati alla conclusione che il primo gruppo godeva di una qualità di vita superiore. Questo perché gli stanziali lavoravano ininterrottamente per produrre e coltivare, mentre il cacciatore una volta procurato il cibo poteva dedicarsi persino ad attività ricreative. Insomma, lo stress esiste da quando l’uomo si è dato dei ritmi e dei tempi. Vero anche che ora la qualità della nostra vita è aumentata, ma questo grazie al boom economico che ha preceduto questo periodo di crisi.

Dava il senso del viaggio e l'ho messa

Chiudendo il discorso, vorrei riportare l’attenzione sulla figura del vagabondo di per sé, citando oltre alla canzone di Johnny Cash, anche la nostrana Io Vagabondo dei Nomadi, quella che forse esprime meglio il concetto che avevo in mente. Il protagonista gode sì della libertà, eppure butta anche uno sguardo al suo passato, quando da bambino aveva una casa e una famiglia. E voi, come la vedete questa figura?

 

2 comments

  1. claudio vergnani

    la vedo con un po’ di invidia. Il vagabondo decide di appartenere a sé stesso – non a una sociatà, non a una famiglia, non a qualcuno – e vive di conseguenza, uscendo anche fisicamente dal contesto in cui non riesce più a stare. Diciamo che oggi – almeno credo – fare il vagabondo è tecnicamente più complesso, ma questa figura continua ad incarnare il sogno del lasciare tutto, partire, andar via, cambiare vita. lasciare alle spalle tutto quello che si è stati per andare alla ricerca di ciò che si può essere.

    1. Marco Siena

      Ha un profumo di avventura e conoscenza, ma anche di coscienza di sé se vogliamo, difficilmente replicabili in altri contesti. Anch’io avrei fatto quest’esperienza per un po’, se i tempi fossero stati diversi.

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