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Ago 27

Addio, sogno italiano

Credo di aver trattato questo argomento, o almeno di averlo sfiorato, in altri post. Sì, ogni tanto l’amarezza per come è impostato meccanicamente il nostro paese, si fa risentire, e mi sale la bile, oltre che il nodo in gola. Complice anche una discussione tra amici sull’argomento. Per anni, forse secoli, con qualche modifica imposta dal cambio generazionale, la formula di vita dell’uomo era questa:
Nasci
Cresci
Ti istruisci se puoi, sennò trovi un lavoro. Se ti istruisci è per trovare un lavoro meglio retribuito.
Ti sposi
Compri una casa
Fai dei figli
Invecchi
Muori

Drammatica ma vera

Drammatica ma vera

Fine dei giochi, morivi dopo esserti spaccato la schiena e aver ricalcato lo stesso stampo del tuo genitore. Tuo padre era il modello se eri uomo, tua madre se eri donna. Qui da noi, e anche in altri paesi, era stata introdotto un altro elemento in questa formula
Nasci
Cresci
Ti istruisci se puoi, sennò trovi un lavoro. Se ti istruisci è per trovare un lavoro meglio retribuito.
Ti sposi
Compri una casa
Fai dei figli
Invecchi
Vai in pensione
Muori

Pensione è stata questa la rivoluzione, il nuovo obiettivo su cui costruire le vite, il traguardo da raggiungere. Iniziavi a lavorare da ragazzino, e quando eri anziano ti trovavi un plico di contanti che ti aspettavano ogni mese. E in questo la mente umana vedeva la salvezza, lo spiraglio di felicità. Bastava portar pazienza, ingoiare il rospo per 8/9 ore al giorno per X anni, e poi si poteva buttare la sveglia dalla finestra. Generazioni che hanno passato una vita a girare un bullone, a spalare terra o a fare conteggi negli uffici, solo per arrivare lì, alla pensione. Per averla, naturalmente, c’era un altro prezzo da pagare.

Facciamo un lavoro di merda... però solo per 40 anni

Facciamo un lavoro di merda… però solo per 40 anni

Il primo requisito era di trovarsi un posto fisso, discretamente retribuito e in regola. A quel punto si doveva fare di tutto per non perderlo, cercando di non ammalarsi e non avere colpi di testa. Cambiare lavoro era altamente sconsigliato. Si doveva star lì, chini per tutte quelle ore, guardando ogni tanto l’orologio, per poi correre a casa al suono della sirena. E allora lì, si poteva vedere il risultato di tutto lo sforzo della giornata: una cena, un po’ di tv e poi a letto per ricominciare. Tutto sempre nell’ottica che poi un giorno sarebbe finito tutto.

Siamo stati modellati e indottrinati a pensare che questo fosse giusto. Come dicevo prima, se si studiava era non per cultura o miglioramento della persona, ma per avere un pezzo di carta che ci permettesse di accedere a un lavoro ai gradini più alti. Studiare per il lavoro. Vivere per il lavoro. Nel week end, solo attività manuali concesse.

È spaventoso tutto ciò. L’individuo ridotto a un automa a orologeria. Guai se qualcuno si fosse azzardato a dire che voleva intraprendere una qualsiasi attività lavorativa diversa da quella del gregge. O la fabbrica, o l’ufficio. Posti sicuri con il cartellino. Questa triste usanza, abitudine o come la vogliamo chiamare, perpetua anche in questa generazione. Il figlio che vuole studiare lo deve fare in funzione del lavoro. Che diamine studi all’artistico? Con quello non faresti un vero lavoro, moriresti di fame. Quella è roba per ricchi che possono campare di aria.
Per non parlare di chi voleva fare il conservatorio. La musica non paga
Quindi, siamo costretti dalla cerchia che abbiamo intorno, a ricalcare le stesse orme e abitudini, facendo un lavoro che ci fa schifo, per il miraggio di una pensione, e giusto per avere il contentino annuale di un nuovo ninnolo. Un telefono nuovo per esempio, o quel bel paio di scarpe che ci piacciono tanto
Eppure molti di noi hanno il coraggio di provare, di ribellarsi a questa dittatura della normalità, cercando di creare qualcosa, o di fare un lavoro che dia una parvenza di soddisfazione. Purtroppo se qualcosa va storto, si è soggetti a mille rimproveri, a scherni o a occhiate come se si fosse l’ultimo dei ladri. Tentare e avere coraggio, è scambiato per incoscienza. Come al solito, solo chi rispetta buona parte dei parametri della formula, è ben accetto e visto con ammirazione..

Ed è invece un fallimento, un fallimento che ci viene imposto da chi prima di noi a sua volta ha fallito. Non ha fatto nulla, ha subito la vita. Aveva dei sogni? Forse no e gli è andata bene così, o forse sì e li ha mandati giù talmente in fondo, che è arrivato a dimenticarsene. Il suggerimento che ne consegue, è che per forza anche tu DEVI fare lo stesso percorso, per non rischiare di finire male. Un fratello minore del sogno americano, in pratica.

Per tutta la vita?

Per tutta la vita?

Posso essere sincero con voi? A me questo percorso lavorativo mette tristezza. Mi sono sposato solo quando ho trovato una persona che faceva per me, e non perché dovevo. E da lì in poi, ho pensato che il mio futuro non potesse essere solo “dling- cartellino” in attesa di una pensione/chimera. Ora, sbaglierò forse, ma farò di tutto per fare altro, e se mi stancherò, cambierò ancora.

Addio, sogno italiano…

16 comments

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  1. Paolo Ungheri

    Sai, condivido quello che dici, ma credo vada analizzato anche da un latro punto di vista.
    Quando questo meccanismo è nato c’era il bisogno di un posto fisso. Si era lottato per i diritti dei lavoratori, a volte anche sputando sangue, e quello che si era ottenuto era mille volte meglio del sentiero che si stava lasciando. Quindi, sì, all’epoca era il massimo aspirare ad un posto in fabbrica o in ufficio.
    Il problema sorge quando, e lo abbiamo davanti agli occhi, accade ancora oggi.
    Ma anche qui la cosa potrebbe non essere così chiara…
    Tu parli di rischiare e ti do ragione. Io stesso ho rischiando, sono caduto e ora mi lecco le ferite, ma non tutti possono permetterselo. In Italia si studia tanto, forse troppo, ma non tutti possono permetterselo. Ho visto ragazzi lasciare la scuola dopo le medie, costretti a trovarsi un posto di lavoro per necessità e non perché volevano seguire le orme di un qualche genitore.
    Insomma, applausi a chi può e riesce ad avere il coraggio di staccare, ma non dimentichiamoci che non è alla portata di tutti, soprattutto da dieci anni a sta parte che le cose si sono fatte dannatamente complicate…

    1. Marco Siena

      Non è tanto non poterselo permettere, ma il non ambire nemmeno a farlo. Ma ancor peggio l’atteggiamento delle persone quando tu non ci stai, e lo dici chiaro e tondo.
      Il sogno italiano, nato appunto negli anni ’70, è morto un decennio dopo, quando non ci fu più una coalizione forte in seno ai lavoratori. Sai cos’accadde? Che si insinuò il viscido seme dell’egoismo umano. Vidi un documentario in cui si mettevano a confronto due lavoratori: uno esortava a lottare per il bene comune, l’altro voleva lottare solo per se stesso. “Perché devo lottare per fare guadagnare mille lire anche agli altri?”
      Io Paolo ho lasciato la scuola per andare a lavorare, un lavoro che portasse moneta subito, uno di quelli da “gran lavoratore”. Poi ho cambiato, e sono entrato nel ciclo dei metalmeccanici. Anche lì non ho digerito la pillola, e sono avanzato nella gerarchia, forse per l’impegno, forse per le capacità, non di certo per spinte. E infatti sono rimasto a metà della scala, perché i gradini successivi erano per amici e parenti. E poi? Poi mi sono di nuovo rotto i cojones, perché ho capito che la pensione è una chimera. Per questo mi sono rimesso in gioco, perdendo qualche notte di sonno, da 4 anni a questa parte. Non ci credo Paolo, non ci credo più al dover lavorare per avere la pensione.

      1. Paolo Ungheri

        Spero il mio commento non sia suonato come una critica…
        Mi sa che alla fine la pensiamo uguale, solo la prendiamo da due punti differenti. E, hai ragione, nessuno dovrebbe giudicare chi vuole qualcosa di diverso. Visto che è possibile tentare è giusto farlo!

      2. Marco Siena

        Paolo, ma non dirlo nemmeno per scherzo 😀
        Sì, infatti il pensiero è uguale, in quanto il meccanismo è quello purtroppo, ed è difficile trovare altre possibilità. Il problema, è che mancano sostegni morali, riconoscimenti e, non poco, le possibilità.

      3. claudio

        e infatti non l’avremo.

  2. Marcello

    Ci sarebbero tante riflessioni da fare, la prima che mi viene in mente è che io da ragazzo dicevo sempre a mio padre “l’impiegato non lo farò mai” perché ero ancora un sognatore: sognavo di vivere scrivendo, pensa un po’ che coglione. Poi la vita mi ha buttato sul marciapiede e mi ha messo di fronte all’evidenza: NON PUOI FARLO, TROVATI UN LAVORO. E solo così ho potuto costruire quello che ho adesso, passando dieci ore al giorno in un ufficio, ingoiando rospi e sognando che un giorno tutto questo finirà. Non è morto il sogno italiano, in Italia sognare è vietato , perché i lavori “non da ufficio” non sono considerati tali, anzi se vuoi farlo sei un fannullone.

    1. Marco Siena

      E il fatto di essere considerato un fannullone se fai un lavoro senza “tlin-cartellino-tlon-cartellino” è spaventoso. Come è spaventoso che persino i fine settimana debbano essere dedicati ad attività che ricalchino il mondo del lavoro, come i famigerati “lavoretti”. Il sogno italiano che è morto, è quello di ricevere il premio per aver lavorato. Ed è vero, è vietato sognare qui.

  3. claudio

    sai come la penso: addio sogno italiano, benvenuto incubo italiano.
    Potessi me ne andrei anche oggi, ma il sistema ti inchioda qua se non hai mezzi. E pretende quella lealtà e quei sacrifici che lui è ben lontano dal dare. Se avessi un figlio credo che prenderei seriamente in considerazione la possibilità di creare le premesse perchè possa studiare ed eventualmente rimanere all’estero.
    Per decenni ci hanno raccontato che dobbiamo essere orgogliosi di essere la culla della civiltà. Bene, ora sappiamo che semmai siamo la tomba della civiltà.
    Amen.

    1. Marco Siena

      Io in questa tomba, come ben sai, non voglio far morire mia figlia. E se fisicamente non potrò lasciare l’Italia, ahimé, vedrò se migliorando potrò mandare una parte di me almeno scritta/virtuale. Non starò ad aspettare di raggiungere “la contribuzione” per poter respirare. Sono fermamente convinto, che la sveglia e l’orario di lavoro, siano torture degne della goccia d’acqua.

      1. claudio

        pienamente d’accordo.

  4. Gianluca Santini

    Condivido eccome…

    1. Marco Siena

      E non ci si arrende, porco cane! 😀

  5. Sandro

    Condivido in pieno quello che dice Claudio: “Se avessi un figlio credo che prenderei seriamente in considerazione la possibilità di creare le premesse perchè possa studiare ed eventualmente rimanere all’estero.” Lo vedo negli occhi di mia sorella e di mio cognato (e anche nei miei). Il loro/nostri sogni adolescenziali non si sono avverati, allora abbiamo cambiato sogno, cioè dare una possibilità alla figlia/nipote per far sì lei possa provare a far avverare i suoi di sogni. Non i Italia, ma all’estero. Conclusione che lei, a 13 anni, ha già ben chiara in testa. Quindi mia sorella e mio cognato si smazzano lavori infami perché quelli hanno e quelli si tengono stretti, visti i 45 anni di entrambi e il conto in banca ridotto all’osso. Ma il sognare per la figlia li tiene in vita e come dicevo ieri in quel posto che non c’è ma c’è, riescono ancora a ridere dopo vent’anni di questa vita.

    1. Marco Siena

      Io mi sono dato un obiettivo e vedrò di portarlo in qualche modo a termine. Nel caso di fallimento, passerò il testimone a mia figlia, sperando che voglia lei continuare a cercare qualcosa di meglio, e se possibile all’estero.

  6. Domenico "Helldoom" Attianese

    Condivido tutto, in pieno.
    Non riesco a immaginarmi, nè voglio, tra quindici o vent’anni imprigionato in un lavoro che odio solo per sopravvivere, perché vivere per lavorare non è vivere, è sopravvivere.
    Non cederò 😉

    1. Marco Siena

      Guai a te se cedi! Continuare a guardare un orologio o un calendario, equivale al desiderare che ore della tua vita se ne vadano! Un suicidio in scala ridotta.

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