Set 24

Self publishing: la questione italica

In questi mesi, in un circolo di amici, si parla sempre di più di self publishing. Naturalmente se ne parla in modo maturo, e con dati ed esempi alla mano. In maniera costruttiva e veritiera insomma, senza scadere nella costruzione di castelli in aria. Ho notato, che esistono diversi casi letterari esteri, di persone che hanno deciso di auto pubblicare con i siti di vendita on line, Amazon su tutti quanti. Le perplessità ci sono, i detrattori pure troppi, con la solita storia che un libro vero è di carta e bla bla bla. Guardare alcuni di questi autori, vendere e guadagnare cifre consistenti, porta a porsi alcuni quesiti. Facendo qualche ricerca, potrete trovare notizie di loro, senza che ve linki o pubblicizzi i nomi, anche perché l’ultimo caso che mi ha fatto quasi piangere, non l’ho trovato io, ma un amico che di cui vi lascio il link in fondo. In che senso, mi ha fatto quasi piangere? L’autore in questione, in questi anni, diciamo negli ultimi sei, ha guadagnato più di un milione di dollari con diversi suoi ebook, ed è allo stesso tempo il caso meno eclatante che abbia letto. Se pensiamo che di solito sparano cifre di vendite di 100000 copie in tre mesi, questo ha dei dati sicuramente più plausibili. 1000000 di copie suddivisi in almeno 10 ebook, spalmati in 6 anni, sembrano meno fantascientifici di altri.

Amazon per ora, sembra al vertice, ma altri stanno scalando la vetta.

E se questo tipo di editoria sta ormai spopolando all’estero, noi siamo invece ancora al palo. I motivi possono essere tanti. Vediamo i primi che mi vengono in mente:

  1. L’italiano legge poco
  2. Legge poco e quando lo fa, legge i blockbuster estivi
  3. Questi 2 libri all’anno devono essere solo di carta, per motivi che non ho voglia di elencare
  4. Scarso interesse e conoscenza dei formati digitali e delle tecnologie annesse. Si confonde ancora un cellulare, con un tablet, o peggio ancora, il tablet con l’e-reader.
  5. Abbiamo un monopolio anche sull’editoria, così come le altre cose. 3/4 case editrici. che rosicchiano l’osso dell’unica che domina tutto. Le medie e le piccole vivono di sogni (e le preferisco di gran lunga)
  6. NON sappiamo parlare inglese
  7. La carta di credito è allo stesso livello di ciò che viene elencato nel punto 4. La gente ne ha paura!
  8. Crediamo che se non siamo riconosciuti da una casa editrice, non siamo veri scrittori

Ne avrete sicuramente altri da suggerire, e vi invito a farlo nei commenti. Ora, quello che vi voglio portare all’attenzione, evitando le solite menate carta vs digitale e bla bla bla, è che un autore italiano parte già svantaggiato, a causa del punto 6. Quanti realmente conoscono l’inglese e ne hanno sufficiente dimestichezza per poter scrivere direttamente in quella lingua? Scrivere, come sappiamo, è anche essere in grado di giocare con le parole, metterle in fila nel modo migliore, saper dire le cose in modo giusto senza risultare pesanti, ma soprattutto conoscere la grammatica e il gergo. Il sapere chiedere “che ore sono?” non è sufficiente, mi dispiace. Come in tutte le cose, abbiamo il nostro stile nel voler essere conservatori. A scuola impariamo (male) l’italiano, le ore di lingua straniera vengono il più delle volte gestite tanto per tirare a sera, e mediamente ce ne freghiamo di imparare l’inglese. Tant’è che i soliti simpaticoni, quando ti sentono parlare in inglese, ti dicono: “Ma parla in italiano, va là! Siamo in Italia!” I soliti, sempre i soliti.
Questo atteggiamento, l’ho visto usare di fronte ad altre cose, tipo gli ignoranti di computer hanno sempre la battuta pronta sul fatto che tu lo utilizzi. Ed è questo che ci fa frenare, perché la massima ambizione è fare zapping con il telecomando.
Ma torniamo sull’argomento. Chi si vuol produrre da sé, potrebbe ovviare, sborsando qualche migliaia di euro per una traduzione, e il gioco sarebbe fatto. Supponendo che il costo di traduzione fosse di 15 euro a cartella, per un romanzo di 250 cartelle editoriali, che diventerebbero 330 circa perché quelle di traduzione sono di 1500 battute, il costo si aggirerebbe intorno ai 5000 euro. (Sono naturalmente pronto a ricevere obiezioni, documentate però. Questi sono i dati che ho trovato io, per ora). A questi vanno aggiunti i costi per la copertina, molto importante per una vetrina tipo Amazon, e quelli di impaginazione, se non ne siamo capaci da soli. Mettiamo per questi ultimi due, un costo variabile intorno ai 200 euro.
A questo punto, abbiamo speso circa 5200 euro, e abbiamo il nostro romanzo bello pronto per essere venduto all’estero. Non sono bruscolini, è vero, e se fossimo fortunati almeno dal punto di vista dei costi di traduzione, sarebbe già un buon inizio. Spendere solo i 200/300 euro per la copertina e l’impaginazione, sarebbe una spesa più sostenibile. Ma non dobbiamo fermarci qui, perché va analizzata una parte molto, molto importante: le royalties! Amazon, tanto per citarne una, ci riconosce il 30% sul prezzo di copertina. Prima che facciate calcoli basati su prezzi da capogiro, tipo 18 euro, ricordatevi che si tratta di ebook, e il prezzo consigliato all’estero e che viene quasi sempre rispettato, ha una curva che parte dai famigerati 0,99 $ ai 3 $ massimi. Dimenticate invece gli strambi 7/14 euro per un ebook qui in Italia. Quindi, se un autore riuscisse a vendere 100000 copie in un anno, diciamo a 3 $, porterebbe a casa circa 90000 $, a cui andrebbero logicamente tolte le tasse. Potrebbe permettersi di farlo come lavoro, e con giusta ragione, perché se ci ragionate e seguite il mio consiglio di fare ricerche, queste cifre non si raggiungono semplicemente mettendo nella vetrina di Amazon il vostro libro, bensì pubblicizzandovi, facendovi conoscere. Se il libro è un capolavoro, ma voi lo lasciate lì ad ammuffire, non andrà molto lontano. Chi ha raggiunto quelle vette, ha delle buone doti di marketing, oltre che una buona penna.

Questa mi piace davvero

E noi italiani? Noi stiamo ancora lì, a decantare il calore di una pagina di carta, la bellezza della nostra lingua, il romanticismo della penna, o il piacere del contatto umano. In realtà:

  1. Non si legge,
  2. Parliamo solo e male l’italiano, che è una lingua parlata in Italia e basta
  3. Non scriviamo mezza parola, però prima o poi il nostro romanzo uscirà e sarà un successo
  4. Quando usciamo siamo sempre isolati in mezzo agli altri e assordati dalla musica dei locali. In più, facciamo fatica a salutare un vicino.

In conclusione, io sto sempre nel mezzo, non disdegnando le case editrici, soprattutto le medie/piccole, ma sono già proiettato verso il futuro, e vi confesso che se trovassi un buon traduttore a un prezzo ragionevole, non tarderei a provare a pubblicarne almeno un romanzo per il mercato estero, naturalmente in digitale.

L’articolo di Hell lo trovate QUI

6 comments

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    • claudio on settembre 24, 2012 at 10:40 am
    • Rispondi

    E’ una questione importante, che si intreccia con altre, che ci portano sempre purtroppo a ragionare sullo stato attuale del nostro paese. Questione da approfondire, senza alcun dubbio.

    1. Ci sarebbero delle valutazioni da fare. Però davvero, a me sembrano ottime possibilità quelle offerte dalla rete. Senza strafare con i numeri, sarebbe già sufficiente camparci.

  1. Idem, la soluzione è nel mezzo.
    Provare con le case editrici, ma continuare sulla strada dell’autopubblicazione e non ti nascondo che, non ora che non ho un lavoro xD, ma in futuro anche io pensavo (sempre che sia capace di scrivere qualcosa di valido) ad un traduttore. (Il fatto che dopo gli studi vorrei andarmene da qui aiuta ^_^).

    Ps: Amazon, sul prezzo 0,99€ non dava il 70%?

    1. La storia della percentuale non l’ho ancora capita, a dire il vero

  2. Anche io ho pensato più volte a rivolgermi a un traduttore, salvo poi inorridire quando ho capito i prezzi. Maledizione a me per non aver mai studiato l’inglese quando era ora.
    Il Moro

    1. E poi si dovrebbe pure stare un po’ in terra madre, sennò le forme più gergali non si imparano. Siamo svantaggiati, per la miseria!

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