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Mag 31

Discorsi anacronistici

Ci risiamo. Di nuovo. Finita la stucchevole quanto inutile guerra tra cartaceo e digitale – dove si sono viste improvvisamente cambiare bandiera persone che fino al giorno prima di avrebbe tagliato la gola con un foglio di un edizione rilegata – arriva quella tra pubblicati tradizionalmente e indipendenti/self/artigiani o come li vogliamo chiamare.

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E come sempre in questi casi, la guerra la porta avanti una fazione sola, che passa le giornate cercando di delegittimare chi sceglie di fare in maniera diversa da loro. Ed è così, che in questi giorni si leggono ancora discorsi piuttosto anacronistici, visto che viviamo nell’era digitale, su quanto sia una scelta sbagliata auto pubblicarsi. Le motivazioni portate in campo sono banali, imprecise e difettano spesso di un’assoluta generalizzazione e un pizzico di ignoranza.

Sì, perché leggere ancora nel 2016, dopo che il fenomeno è diffusissimo, argomenti come:

  1. Niente editing
  2. Copertine orribili
  3. Mancanza di volersi confrontare
  4. Pareri solo da amici e parenti

Sono davvero, davvero ridicoli, e pure leggermente, ripeto, leggermente in malafede. Perché se fossero discorsi sentiti al bar[1], si potrebbe chiudere un occhio, ma quando li senti da persone che in teoria sono del settore, la cosa fa venire i brividi.
Allora, partiamo con rispondere velocemente ai punti di cui sopra:

  1. Generalizzazione in malafede. Io uso sempre un correttore bozze e un editor. Sono sempre persone distinte. Il correttore bozze, spesso, fa in prima battuta anche da beta reader. Poi, passo il lavoro a un editor, perché io non sarei capace di editare un lavoro di un altro, figuriamoci il mio.
    Va detto che ci sono personaggi che non usano l’editor. Ma non solo autoprodotti.
  2. Sì, ammettiamolo. Ma ammettiamo anche che c’è una certa rivoluzione, ultimamente, e le copertine di chi ci crede veramente sono ormai affidate a professionisti. Io lo faccio per i romanzi, come potete vedere quelle della serie DD.
  3. Confrontare con chi? Do in pasto il mio lavoro a infiniti lettori. Se lo tenessi in cassetto, sarebbe mancanza di confronto. Ma su questo punto ci torno più sotto.
  4. Parenti? Amici? Credo che solo mia sorella tra i parenti legga quello che scrivo, e dopo che è uscito, mai in fase di produzione. Amici? Ne ho uno solo che legge quello che scrivo, e mi fa da beta reader e correttore bozze. È obiettivo, un lettore veloce e ha un occhio attento per i refusi. A sentire certi personaggi, sembra invece che noi passiamo tutto il giorno a farci dare pacche sulle spalle da mezzo paese e da tutti i compagni di scuola.
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Sta guardando verso il WEB, sappiatelo

Io ho preso una decisione sul non pubblicare più (e intendo spedire lavori a editori) tradizionalmente che ritengo logica e matura. In un momento di crisi come questo, sia economico che culturale[2], gli editori fanno il loro lavoro: mantengono in piedi aziende. Per fare questo, fanno scelte strategiche, economiche. Non possono permettersi la visione romantica che vi siete creati voi grazie alle storie di autori che morivano di fame e poi sono diventati ricchi. Siate realisti. Oggi gli editori puntano su nomi conosciuti da importare (o nomi che hanno venduto bene all’estero e che riescono a comprare senza svenarsi), celebrità che hanno seguiti che garantiscono in rientro economico in poco tempo e qualcuno pescato in rete. Ecco, affrontiamo un attimo quest’ultima categoria, visto che il terreno di caccia per gli editori si è spostato sul web. Ora come ora, i talent scout cercano tra chi ha migliaia e migliaia di follower, tra chi ha centinaia di recensioni su Amazon. Che spesso siano cifre gonfiate con sistemi che conosciamo dagli autori, sembrano ignorarlo, per poi trovarsi una patata bollente e con un fenomeno che si sgonfia, e sparisce dalle classifiche, appena messo sotto contratto.

Mi struggo per la mia passione. Come mi struggo...

Mi struggo per la mia passione. Come mi struggo…

Perché ho scelto di fare da me? Perché non mi piace vendermi, non mi piace chiedere favori, non mi piace imbrogliare gonfiando cifre né rompendo i coglioni alla gente perché mi faccia una recensione. Non mi piace scambiarmi acquisti. Non mi piace ricorrere alle agenzie che ogni giorno provano ad agganciarti su Twitter. Non mi piace leccare culo per salire una scala gerarchica. Non mi piace pagare cene o aperitivi per entrare in un giro. Non mi piace scendere a compromessi.

Ma soprattutto, mi piace scrivere ciò che mi piace, come mi piace e secondo lo stile con cui mi trovo a mio agio. Non ho intenzione di cambiare genere per cavalcare la moda commerciale del momento[3].
Quindi, voi che ogni giorno perdete tempo a scrivere articoli per smerdare o provocare quelli come me, impiegate lo stesso tempo per scrivere, pubblicare, fare quello che vi pare. E guardatevi attorno: siamo nel 2016. Accettatelo.

[1] Okay, non credo che sentiremmo mai al bar qualcuno che parla di editoria e letteratura. Lo so.

[2] No, davvero, c’è gente che crede che Tarzan sia un personaggio inventato dalla Disney. Andate su Strategie Evolutive di Davide Mana, se non ci credete

[3] Non mi piace scrivere di zombi. Non mi piace il rosa. Non mi piace il paranormal romance. Non mi piace lo young adult.

2 comments

  1. Flaviof

    Parole che condivido pienamente. Io mi sbatto un po’ di più per pubblicizzarmi, ma solo perchè capisco che se il lettore non va dall’autore … insomma ci siamo capiti.

    1. Marco Siena

      Io da indipendente mi promuovo moderatamente, soprattutto quando ho una promozione o una nuova uscita. Ma se pubblicassi con un editore, no, farei molto meno. Con royalties dell’8% credo che un minimo di promozione spetti all’editore.

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