The Zero Boys

Nel 1986, nell’era della diffusione del formato Vhs, in procinto ormai di invadere tutte le case, il buon Nico Mastorakis scrisse e diresse questo gioiellino.

Locandina

Locandina

Se andiamo a vedere su IMBD, i voti non sono poi così lusinghieri, ma ho quasi il sospetto che siano stati dati con la chiave di lettura sbagliata e il punto di vista di chi vive nel 2000.

The Zero Boys è un film da vedere negli anni ’80/inizio ’90, magari all’età giusta, la stessa di quella generazione che faceva la fila in allora per vedere Nightmare on Elm Street. Ma alle conclusioni arriverò alla fine dell’articolo.

Bene, immergiamoci un attimo nell’atmosfera giusta, girando la manopola tonda della macchina del tempo e settandola su 80’s. Siamo figli scossi da Texas Chainsaw Massacre, Friday the 13th, Halloween, quindi già avvezzi ad aspettarci che dei ragazzi appena patentati si mettano nei guai. Quindi Wrong Turn et similia, compresi i survival horror dell’ultimo decennio, non esistevano ancora.

La scena si apre in un villaggio del sud America, stile Mexico, con polvere, case dal tetto squadrato e scritte in spagnolo che ti indicano principalmente l’Osteria. C’è nell’aria qualcosa che ricorda un film western, poi il tutto subisce un inaspettato cambiamento con l’ingresso di una Jeep con tanto di omino e mitra posto sul cassone dietro.

Dentro una casa, un tizio in ombra attacca una foto di Rambo sul muro con un chewingum ed esclama la mitica (sto parlando per me) frase: «Ti farò mangiare il cuore!»

 

Il nostro amico Casey, il rabbino nazista

Il nostro amico Casey, il rabbino nazista

Ancora oggi mi chiedo che senso abbia, ma in allora suonava molto bene. Quando il tipo, che si chiama Steve da il segnale di partire, capiamo che sarà lui il leader. Da lì scatta una guerriglia in tutto il villaggio, tra personaggi vestiti nei modi più bizzarri. C’è chi ha solo una bandana su abiti verdi vagamente militari, chi se ne sta nascosto nel baule di una vecchia Cadillac bianca, chi si porta dietro un boa intorno al collo, arrivando infine a Casey, un buffo ometto con baffetti e divisa nazista, caricatura dell’hitleriano medio: perdente nonostante lo sguardo truce, vago aspetto da Village People e in realtà ebreo. Proprio come il suo idolo insomma.

Rimane in piedi proprio Casey, che esce a passo cadenzato da un edificio per cercare il suo arcinemico Steve. Purtroppo non si accorge di averlo alle spalle e viene sorpreso dall’urlo di quest’ultimo. «Caseeeeyyyyy!», gli urla Steve con la bocca storta alla Stallone, mentre si appresta a fare fuoco.

Okay, molti avranno capito che si trattava di una gara di paint ball, anche se le armi sembravano quelle per il soft air. Comunque la gara appena vista, bastò a gasare me e i miei amici da eleggere The Zero Boys come il film per eccellenza. Più avanti scoprirete il perché.

Bene, torniamo al nostro amico Casey, che insieme alla sua squadra hanno perso il torneo, dei soldi e la ragazza del loro capo. Casey da gentiluomo che è aveva scommesso con Steve un week end insieme all’ignara Jamie.

 

«Caseeeeyyyyy» Da brivido ogni volta che la sento...

«Caseeeeyyyyy» Da brivido ogni volta che la sento…

Senza tante storie, la ragazza segue la banda vincente, chiamata Gli Zero Boys, per il week end, anche per fare dispetto a Casey.

Partono dopo una doccia veloce, almeno per i tre Zero Boys, verso i boschi montani. Arrivano in jeep, fanno un pic nic, si allenano con delle armi modificate, si meritano i rimbrotti di Jamie per queste ultime genialate e aspettano che venga sera.

Nel frattempo una delle ragazze invita Steve a darsi una mossa e fare conversazione con Jamie, che finora se n’è stata in disparte appoggiata alla jeep. Dalla simpatica conversazione uscirà una autodescrizione di Jamie davvero curiosa.

«Allora, ho 23 anni, sono nata nel Minnesota, e sono al secondo anno di psicologia. Ho una buona media e oltretutto seguo anche dei corsi sullo sviluppo della lingua inglese. Sono alta 1,68 e scopo al primo appuntamento.» Ottimo, si è dimenticata di dire che ha una di quelle pettinature che mi auguro non tornino più di moda.

 

Peperino Jamie e la sua pettinatura da barboncino

Peperino Jamie e la sua pettinatura da barboncino

Mentre Steve è folgorato da almeno una parte del discorso e gli altri si sollazzano con le loro ragazze, ecco il fattaccio che scatena il casino. Un urlo di donna rompe le uova nel paniere. In fretta e furia salgono sulla jeep e si precipitano sulla strada. Jamie vede a quel punto una ragazza correre per i boschi, fa fermare Steve e prova a rincorrere la tipa. Steve la segue, ma l’unica cosa che trovano che confermi ciò che ha visto Jamie, è l’immancabile sangue su un ramo, visto da Steve fortunello.

Ora che è quasi sera, i ragazzi scorgono una casa e decidono di dare un’occhiata. Entrano, curiosano e pensano che sia una buona idea farne la loro dimora per la notte. Niente di male, no?

Manco a dirlo, la casa è una trappola per giovani raccoglitori di funghi, predisposta da malati mentali, amanti delle torture di rasoio e sacchetti di nylon asfissianti, nonché dei videotape.

E qui entra in gioco la parte secondo me originale, e che difficilmente è stata ripresa. I ragazzi, come ricorderete sono campioni di paint ball/soft air e hanno armi modificate con loro. Daranno quindi filo da torcere ai folli killer, invece di subire, correre e urlare.

Il resto del film è da vedere, contestualizzando però il tutto. Siamo nel pieno di quegli anni, e certi thriller/horror dei nostri giorni, tutti fatti con lo stampino, sono ancora lontani.

 

Toh, una casa. Entriamo e facciamo un po' come ci pare

Toh, una casa. Entriamo e facciamo un po’ come ci pare

Curiosità e considerazioni:

  • Le pettinature come dicevo poc’anzi, spero non tornino più di moda, sia quelle maschili che quelle femminili.
  • Come si chiedeva mia moglie, probabilmente negli anni ’80 non esistevano reggiseni!
  • Le musiche sono di Hans Zimmer e mica del cugino del regista, come può capitare nei filmacci dei nostri giorni.
  • The Zero Boys ha anche un senso come nome. I ragazzi erano delle schiappe in tutto ed erano sempre ultimi in classifica. Una volta raggiunto lo status di campioni, grazie a un intenso allenamento, hanno deciso di tenere il nome per ricordarsi chi erano.

 

Un assaggio del simpatico hobby dei padroni di casa

Un assaggio del simpatico hobby dei padroni di casa

 

In definitiva, The Zero Boys è un buon film se visto con il giusto punto di vista, ed è riconosciuto come un piccolo cult nel settore. Purtroppo è difficile trovarne una copia anche sui peer2peer, ma non impossibile. Raccomando vivamente di astenersi, coloro ormai saturi dei survival dei nostri giorni. Consigliato invece ai nostalgici.

 

Vampire- Intro

È un mondo di tenebra.

Il peccato di Caino ha generato l’orrore che si aggira nella notte in cerca di sangue caldo.

Per millenni, i Fratelli hanno segretamente influenzato la storia umana, combattendosi tra loro in una Jyhad infinita. La loro immortale progenie, è giunta fino a noi, nascosta agli occhi dell’umanità da un’elaborata Masquerade.

 

Questa era l’intro di un videogame del 2000 targato Activision, ispirato a Vampire the Masquerade, uno dei più complessi e sofisticati giochi di ruolo mai realizzati.

Per chi lo conosce, sono ricordi d’annata. E dannati…

Era il 1998, tanto per dare una data d’inizio al percorso nel Mondo di Tenebra, e si giocava di ruolo a casa di un mio cugino, nonché vicino di casa. La sua dimora mi era sempre sembrata una sorta di Disneyland delle bizzarrie e delle rarità. Ovunque si guardasse, si scoprivano mondi nuovi, fatti di libri, miniature, disegni e manuali. Il Paese dei Balocchi.

Prevalentemente eravamo indirizzati a AD&D, anche se in fondo in fondo, le campagne duravano un battito di ciglia, vista la sua incostanza sia come ospite che come Master. Potevi arrivare a casa sua a tarda sera, e scoprire che LUI, il Master, non c’era. Si era dimenticato della sessione. Peccato perché rimane per me il miglior Master sulla piazza, almeno come descrizioni e coinvolgimento.

Il punto è questo. Si offre un altro ragazzo, di cui sapevo ancora veramente poco, di prendersi la briga di fare da Master, al patto che avremmo sperimentato un gioco nuovo appena arrivato al Club di cui faceva parte. Accettiamo per l’amore del gioco.

Il tipo si presenta con un manuale in brossura, nero con venature marmoree bianche e una rosa rossa in risalto. In calce si leggeva: Vampiri-I Secoli Bui.

L’eccitazione di giocare a un Gdr Horror ambientato nel medioevo fu immediata. Scegliemmo ingenuamente i nostri Clan, costruimmo i personaggi  su due piedi e ci apprestammo a iniziare, senza avere la minima nozione, convinti che avremmo imparato sul campo.

Scelsi un Ventrue, animo da cavaliere, buon retaggio, spalle larghe e qualche soldo più della media. Venne richiesto un background e scrissi la mia paginetta. Fui l’unico.

Di quella campagna si parla ancora, più o meno come di quando si parla della prima volta con una ragazza, ridipingendo il tutto con colori vivi e patinati. La si abbellisce un po’, la si guarda con nostalgia ma poi si ammettono gli errori. Questo è più o meno quello che accade alle cene quando si riparla di quella strampalata avventura a Venezia, imbastita su due piedi.

Dopo alcuni mesi mi offrii io. Feci tesoro di quello che avevo odiato e amato da quella prima esperienza, e confezionai una versione più matura, con ricerche storiche e studio del manuale ad hoc. Una bella avventura ambientata nel nord della Germania che finì con una patta e senza successi, ma tanto divertimento e un’entrata di tutto rispetto nella leggenda dei Narratori di Vampire nel circolo di sei giocatori che eravamo.

Piano piano, il circolo diventò di otto presenze più o meno fisse, una sede Elysium di tutto rispetto, fornita di frigorifero, tre tavoli, cibarie, macchina del caffè e divano. Le avventure di pari passo diventavano sempre più complesse e i background arrivavano a toccare le 120 cartelle editoriali. Dico sul serio.

Si aggiungevano manuali, libri di storia, ricerche, mappe di città antiche e moderne, e noi, in mezzo al fumo di una sigaretta ogni 5 minuti, vivevamo un’altra vita.

L’avventura durò fino al 2005, poi tutto si spense, forse per stanchezza o forse perché non si sopportavano più certe scorrettezze, ma il ricordo è ancora vivo. Penso quindi sia doveroso fare qualche articolo su questo bellissimo Gioco di Narrazione, che rimarrà sempre nei miei pensieri, e che mi ha fatto capire che a me piaceva scrivere.


The Man of Golden Words

andrew-woodsNell’afosa estate del 1991, andai nel laboratorio di maglieria di mia madre per chiederle qualche spicciolo per andare in piscina. In quell’anno i miei capelli stavano crescendo e i miei gusti musicali erano ormai sulla retta via. Mia madre aveva una piccola tv portatile in bianco e nero, su cui seguiva le soap opera mentre lavorava.

Sull’allora Videomusic, che possiamo ricordare con un po’ di nostalgia, apparve l’immagine di un uomo sotto al tavolo, che mi ricordava molto il cantante dei Soundgarden e un gruppo di cappelloni che se la suonavano e se la cantavano nel grano.

Il titolo della canzone era Hunger Strike e loro erano i Temple of the Dog. Il resto è la leggenda di Seattle.

La mattina del 16 marzo 1990, Andrew Wood, cantante e frontman dei Mother Love Bone, viene trovato in coma dalla fidanzata e portato d’urgenza all’ospedale. Morirà dopo due giorni, lasciando un vuoto nella musica della città del nord degli Stati Uniti.

Andrew finiva la sua carriera così, dopo che l’aveva inseguita da sempre, fin dall’età di 14 anni, quando formò i geniali Malfunshunk insieme al fratello Kevin e a Regan Hagar. La band, sicuramente non di facile ascolto, non otteneva il successo che Andrew sperava. Il ragazzo componeva e suonava musica raffinata e ricercata, un rock fuori dagli schemi, unendovi anche un impatto visivo figlio di Ziggy Stardust di Bowie.

La fortuna gli sorrise quando si unì a Stone Gossard e Jeff Ament, ex membri dei Green River e futuri Pearl Jam, nel progetto Mother Love Bone, grazie a un giro di conoscenze dell’amico fraterno Chris Cornell, con cui Wood condivideva un appartamento a Seattle.

I Mother Love Bone ottengono un contratto con la Polygramper produrre un album che avrà il titolo di Apple, preceduto dal un EP, Shine.

A poche settimane dall’uscita di Apple, Wood se ne va, lasciando tutta Seattle sgomenta.

I restanti membri si uniscono ai Soundgarden per produrre il progetto tributo, fortemente voluto da Chris Cornell. Alle voci, in due canzoni tra le quali appunto Hunger Strike, appare per la prima volta un benzinaio di San Diego, Eddie Vedder, appena arrivato dalla città per iniziare la sua carriera insieme a Gossard e Ament. Inutile presentarlo.

Andrew Wood ci lascia una breve ma notevole eredità, con delle poesie in musica e delle visioni notevoli.

Vi consiglio caldamente sia Return to Olympus dei Malfunshun, sia Apple dei Mother Love Bone, recuperabile con Shine come bonus cd.

Su Temple of the Dog tonerò in seguito.

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[…] Our good friend Andrew then left us 4 Olympus (heaven). We Cried. “Apple” is all the time we spent together. Good Memories. (dal booklet di Apple+Shine)

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