La meteora Shannon Hoon

Dopo quasi vent’anni, continuo a pensare che l’ultima ondata di rock significativa sia nata e morta negli anni ’90. Ma non solo con quel movimento creativo esploso a Seattle grazie alle band locali, a cui si sono unite altre non autoctone, bensì anche attraverso altre realtà simili, trascinate dai canali tematici che non avevano ancora abbandonato la diversificazione dei loro palinsesti come hanno fatto nei tempi recenti.

Ed è per questo che la scena metal della Bay Area è potuta rinascere dopo una parentesi fiacca. O il glam losangelino si è trasformato in qualcosa di più sostanzioso che un gruppo di ragazzi truccati, capelli cotonati e boa di struzzo rosa su pantaloni leopardati.
Inutile negare, però, che a farla da padrone fu l’onda dello stato di Washington, con band come Mother Love Bone, Alice in Chains, Mudhoney e Soundgarden, accomunate forse più dalla provenienza e dai palchi dei piccoli locali in cui suonavano, che allo stile[1].

E proprio in questa atmosfera incandescente, diretta discendente di Woodstock, dei Led Zeppelin, dei Rolling Stones, di David Bowie (senza di lui, chi sarebbe stato Andrew Wood?), e dei Beatles, arrivarono al pubblico band di altre parti degli U.S.A., come gli Stone Temple Pilots[2].
Ma ce ne fu una in particolare che arrivò come una meteora, la cui storia parte da Lafayette (Indiana) e arriva a Los Angeles, per poi bruciare in pochi anni e rischiare di finire nell’oblio.

No, non sto parlando dei Guns n’ Roses, nonostante alcuni punti in comune facilmente accostabili, bensì dei Blind Melon.
Esatto, quelli della bambina con gli occhiali vestita da ape. Sì, quelli. Sigh…

Come per molte band che arrivano al successo grazie a una canzone, neppure tra le più belle, ma la più orecchiabile[3], i Blind Melon vengono purtroppo ricordati solo per No Rain dal grande pubblico, quando non è la loro canzone più importante, né la più ispirata, forse. Per carità, molto carina, ma teniamo presente che non era stata presa in considerazione per essere uno dei singoli dell’album di debutto, e ascoltando Blind Melon, album omonimo ed esordio della band, è evidente.

Ma fu quella che li portò al successo vero, dopo un tour di lancio deludente, se non fosse stato appunto per quella canzone, che inspiegabilmente era conosciuta e cantata da tutti durante il pubblico.
Funziona proprio così: hai a cuore mille delle tue opere, e vieni riconosciuto dal pubblico da quella a cui tieni in minor parte.

Ed è triste pensare che solo dopo anni, qualcuno possa finalmente ricondurre il nome Blind Melon ad altre canzoni, come Change per esempio, da cui si può dire che nacque tutto, anche quello Shannon Hoon musicista che parte da Lafayette e va a Los Angeles con una chitarra e quella canzone.
Suonandola da solo davanti al portico di casa, venne sentito dalla madre, che rimase così colpita da invitarlo a continuare quella carriera. E Shannon si lasciò alle spalle definitivamente il resto: l’atleta e lo studente modello[4].
Proprio Change fu la canzone che Shannon propose a Stevens e Smith in una jam session per formare una band, la band che diventerà appunto Blind Melon.
Change è una canzone che parla di molti di noi, di quei ragazzi che abbracciavano il rock e si sentivano a casa, perché non riuscivano e non volevano sentirsi parte di quella società perbenista, nella borghesia dei vestiti alla moda, delle canzoncine usa e getta, della chiesa alla domenica, della camicia in ufficio e il prato da tagliare nel weekend.
Spesso si pensa che ciò derivi da problemi familiari, quando in realtà è solo un luogo comune che serve più a creare la figura di eroe tragico e maledetto, o a ghettizzare e sminuire chi non fa parte della suddetta borghesia.

Change è anche la canzone con cui saliva sul palco nel 2007 Nico Hoon, figlia di Shannon, per celebrare il padre, scomparso nel 1995 per un’overdose.
Shannon, un’altra figura di quegli anni che si va a unire a giovani e talentuosi musicisti morti prematuramente, e di cui si può solo immaginare il futuro che avrebbero avuto.
L’importante è ascoltare gli album che ci ha lasciato, anche se i Blind Melon non hanno avuto la fortuna di avere una casa discografica che ne tiene vivo il ricordo.[5]

[1] Per questo, continuo a dire che usare la parola “grunge” per mettere tutte queste band in un unico calderone è un’idiozia. Un’idiozia su cui provò a giocare in primis gli inventori della parola, i tipi della Sub Pop, e poi i discografici e gli addetti marketing.

[2] Anche da noi nacquero alcune band meritevoli. Alcune sono morte, altre si sono trasformate. Ed è orribile rendersi conto che in pochi le ricordano.

[3] Avete presente gli Heroes del Silencio?

[4] Anche se dal divorzio dei genitori aveva iniziato a prendere già una strada pericolosa, strada su cui in parte lo aveva condotto il padre, con bottiglie di birra e whisky in compagnia.

[5] La Capitol pare non essere come la Geffen…

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